Siamo nel 1947 in Ungheria, quando la coppia, sopravvissuta all’olocausto, decide di andare a vivere negli Stati Uniti. Toth è un architetto visionario di grande talento e spera di trovare oltreoceano, terreno fertile per i suoi progetti. I primi tempi sono duri, la famiglia deve affrontare umiliazione e fame.
Quando nei festival arrivano film di questa portata, tutti se ne accorgono. La kermesse sembra fermarsi per un attimo, perché è arrivato quello che sbaraglia tutto e tutti. La sensazione che si percepisce è proprio questa, merito di Brady Corbet, che realizza un capolavoro e regala al festival il film americano dell’anno.
Con la perfezione formale del miglior Paul Thomas Anderson e la capacità di raccontare gli Stati Uniti d’America, che richiama quella di registi del calibro di Sergio Leone, Martin Scorsese e Michael Cimino, The Brutalist si rivela un’opera mastodontica sotto ogni aspetto cinematografico.
La sequenza iniziale, che ci presenta László Tóth (Adrien Brody), è da scolpire negli annali della settima arte. La macchina a mano segue il percorso di László tra corpi accalcati, uscendo dall’oscurità dell’imbarcazione ai piedi della Statua della Libertà, che osserva dall’alto il nostro protagonista. Capiamo che siamo a Manhattan, alla fine degli anni ’40, e che László proviene dal Vecchio Continente, precisamente dall’Ungheria, e di mestiere fa l’architetto.
Da qui inizia un’epopea attraverso i decenni con protagonisti László Tóth e l’America: all’inizio si amano, poi si scontrano, si riabbracciano quando fa più comodo e si abbandonano di nuovo quando non servono più l’uno all’altra. Ciò che emerge da The Brutalist è che, per Corbet, l’America ha una grande capacità: quella di essere stata (e probabilmente lo è ancora) il polo d’attrazione per chi viene da lontano, in cerca di un futuro dignitoso. Quando la mente è brillante e il corpo funziona, è un sogno. Quando iniziano a scricchiolare le integrità umane, diventa un incubo.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani dalla coppia Corbet-Fastvold, racconta la storia di immigrati con grandi aspirazioni e di ricchi magnati (Guy Pearce in quello che è forse il ruolo della sua vita) che, arrivati anch’essi dall’Europa – il cognome Van Buren è emblematico – sentono il bisogno di definirsi americani e rappresentare gli Stati Uniti. Per farlo, decidono di sfruttare le abilità dei nuovi arrivati.
László Tóth è un personaggio che sembra scritto sul corpo e sul volto di Adrien Brody. Non c’è nessun altro attore vivente in grado di reggere questo ruolo con una tale intensità e forza. Proprio come Władysław Szpilman ne Il pianista (2002) di Roman Polanski, anche qui László Tóth è un sopravvissuto all’Olocausto, e l’uso che Brody fa del proprio volto, della sua voce e del suo fisico raggiunge lo stesso livello della performance che gli valse l’Oscar come miglior attore protagonista, il più giovane di sempre.
Eccezionale anche l’interpretazione di Felicity Jones nel ruolo di Erzsébet Tóth, la moglie di László, che raggiunge il marito in America in un secondo momento. Jones offre una prova di straordinaria sofisticatezza, risultando credibile come donna europea di metà Novecento e lavorando in maniera magistrale sulle fragilità fisiche e mentali del suo personaggio.
Non sorprende che Corbet abbia realizzato un film del genere. Ciò che lascia stupiti è come un regista classe 1988 possa avere la personalità, il talento e l’audacia necessari per creare un’opera così imponente, consacrandosi come una delle nuove grandi firme del cinema hollywoodiano.
Soltanto il tempo dirà se The Brutalist sarà ricordato come uno dei film americani più importanti del nuovo millennio. Per chi scrive, probabilmente lo è già. Sicuramente, la proiezione in 70 mm in Sala Grande ha rappresentato un momento destinato a rimanere negli annali del Festival del cinema di Venezia.