A Real Pain

Una recensione di
Saverio Lunare

A Real Pain

Director:
Jesse Eisenberg
Genere:
Commedia
Drammatico
Titolo:
A Real Pain
Nazione:
Stati Uniti d'America, Polonia
Anno Produzione:
2024
Genere:
Commedia
Drammatico
Durata:
90 min
Sceneggiatura:
Jesse Eisenberg
Montaggio
Robert Nassau
Fotografia:
Michał Dymek
Scenografia:
Mela Melak
Musica:
Fryderyk Chopin

Trama

David e Benji, due cugini diversissimi tra loro, si ritrovano all'aeroporto. Il primo vive a Brooklyn, è sposato e ha un figlio. Il secondo è uno spirito più libero dal carattere imprevedibile. Nati a tre settimane di distanza, sono stati molto legati durante l'infanzia, poi la loro vita ha preso delle strade divergenti. Hanno così deciso di partire per la Polonia per onorare la loro amata nonna Dory scomparsa da poco e connettersi con la sua storia passata. Giunti sul posto, si uniscono a un gruppo per un tour turistico di cui fanno parte un gruppo di persone che hanno un legame o un trauma legati alla ebraicità: i nonni di Marcia sono fuggiti dall'Olocausto, Mark e Diane hanno origini ebraiche-polacche ed Eloge è sfuggito al genocidio in Ruanda e si è convertito al giudaismo in Canada. La loro guida James invece sta cercando di fare al meglio il suo lavoro. Nel corso del viaggio, tra imprevisti e situazioni tragicomiche, riemergono le tensioni del passato della loro storia familiare.

RECENSIONE

Con il suo secondo film da regista, Jesse Eisenberg si inserisce perfettamente nella nobile tradizione delle brillanti commedie Jewish. In A Real Pain, il giovane regista non nasconde mai le sue influenze, mettendo in mostra tutto ciò che ha appreso sui set che ha calcato durante la sua carriera da attore. L’ombra del cinema alleniano avvolge con forza l’humor della scrittura e l’asciuttezza visiva della messa in scena, ma Eisenberg riesce comunque a imprimere una personalità propria al film. Il risultato è un’opera sorprendente che, pur seguendo una struttura canonica—quella del classico viaggio di due caratteri opposti costretti a confrontarsi, convivere e affrontare un’avventura—nasconde un’analisi brillante sulla memoria e sul senso di colpa, in particolare su quel sottile tormento che si prova quando si ritiene di non sentirsi abbastanza in colpa.

David (Jesse Eisenberg) e Benji (Kieran Culkin, lanciatissimo verso il suo primo Oscar per la miglior interpretazione da non protagonista) sono due cugini di origine polacca che intraprendono un viaggio alla scoperta delle proprie radici culturali per rendere omaggio alla defunta nonna.

A Real Pain - Wikipedia

Eisenberg dimostra grande abilità nel gestire le sequenze, in particolare quelle più delicate, dove è facile scivolare nella retorica o nell’eccesso. Molti registi alle prime armi faticano a trovare il giusto equilibrio, ma Eisenberg sembra aver assorbito come una spugna le lezioni dei grandi cineasti con cui ha lavorato—su tutti, il già citato Woody Allen e David Fincher. La sua inevitabile inesperienza registica, quindi, non affiora mai. Anzi, A Real Pain è scritto e diretto con la sicurezza di un veterano, alternando con naturalezza momenti di scanzonata comicità a profonde riflessioni sull’essere umano, con una maestria che si potrebbe attribuire a un regista con decine di film alle spalle.

Il film si regge sul contrasto tra i due protagonisti: David è razionale, colto, un padre di famiglia responsabile con una carriera stabile; Benji, al contrario, è impulsivo, spontaneo, quasi infantile nei suoi comportamenti, ma anche più empatico e magnetico agli occhi degli altri. Il loro viaggio, inizialmente concepito come un semplice ritorno alle origini, si trasforma in qualcosa di molto più catartico del previsto.

Questa catarsi trova il suo apice in una sequenza eccezionale: la visita di David e Benji a un campo di sterminio in Polonia. Il momento arriva dopo una scena chiave in cui Benji, in preda alla frustrazione, si scaglia contro il gruppo di viaggio, denunciando l’assurdità di viaggiare in prima classe in Polonia quando i propri antenati furono stipati in vagoni diretti ai campi di concentramento. A questa esplosione emotiva segue una rivelazione altrettanto intensa: David confessa il suo senso di colpa per non essersi mai sentito abbastanza colpevole riguardo a un episodio del passato legato a suo cugino.

A Real Pain” Fails to Stay in Its Discomfort Zone | The New Yorker

C’è un tempo e un luogo per riflettere sul proprio passato, per soffrire collettivamente di un dolore che appartiene non solo alla storia ebraica, ma all’umanità intera. E non è certo durante un viaggio ordinario in treno, bensì in un luogo dove la memoria della sofferenza è tangibile, dove il silenzio, il pianto e il dolore diventano non solo opportuni, ma necessari. Ed è proprio in questa riflessione sul senso di colpa—sul paradosso di sentirsi in colpa per non provare abbastanza colpa—che risiede il cuore pulsante di A Real Pain. Un sentimento universale, che non riguarda solo una specifica identità culturale, ma che parla, in fondo, a ognuno di noi.

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